L’intervento della Vice Presidente CUM Stefania Fusco al Convegno Nazionale del 15 Settembre 2018

DiGiovanna Berna

L’intervento della Vice Presidente CUM Stefania Fusco al Convegno Nazionale del 15 Settembre 2018

Lo Stato dell’Arte nel Percorso del Riconoscimento del Musicoterapista

La musicoterapia italiana si diffonde e nel panorama lavorativo emergono contraddizioni evidenti; la situazione appare confusa e priva di tutele. I musicoterapisti operano generalmente nella libera professione, tra mille difficoltà, e sono pochi i professionisti assunti con contratto a tempo determinato e indeterminato; spesso viene usata la formula co.co.pro. Ci si trova nell’area dei cosiddetti atipici.
Essendo diffusa la pratica dell’appalto a cooperative socio-sanitarie, spesso i musicoterapisti affollano il settore dei soci cooperatori, soci con scarsi elementi partecipativi e poche garanzie.
Non stiamo parlando di Musica IN terapia, che prevede semplicemente la compresenza di personale sanitario, con il musicista ovviamente. Stiamo parlando di una professione sviluppata a livello mondiale e che abbisogna di un setting adeguato e di una appropriata formazione.
A fronte dei ritardi nel riconoscimento gran parte dell’attività si svolge in ambito formativo, una sorta di auto impiego, nel quale i musicoterapisti si impegnano in qualità’ di docenti in un sovradimensionato mondo di scuole e corsi non sempre di livello.
Da ciò se ne deduce che coloro che con fatica sono di fatto entrati nel sistema socio-sanitario, rischiano di veder vanificare i loro sforzi, rischiando addirittura l’espulsione a fronte di eventuali regolamentazioni imperfette e disattente.

Per comprendere meglio l’argomento va premesso che la Conferenza Stato-Regioni (Comunicato stampa n. 26 dell’11 febbraio 2013 del Ministero della Salute) delibero’ la esclusiva pertinenza delle professioni sanitarie nell’area diagnostica; preventiva, riabilitativa e terapeutica (e quindi non delle professioni del cosiddetto “benessere”).
Ecco inoltre il chiarimento del Ministro di allora, Balduzzi:
“Le attività di diagnosi, cura, assistenza, riabilitazione e prevenzione in campo sanitario sono attività di competenza e riservate alle professioni sanitarie.”
Lo ribadisce un provvedimento approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, su proposta del Ministro della Salute, Prof. Renato Balduzzi, seguito all’approvazione della legge 4 del 14 gennaio 2013 con la quale si dettano norme per il riconoscimento delle professioni non organizzate, dalle quali restano fuori le attività riservate per legge alle professioni sanitarie.
La complessità dell’ambito di intervento delle 28 professioni laureate vigilate dal Ministero della Salute, interessate da una continua evoluzione scientifica, tecnologica, formativa ed di ordinamento, rende necessario un approfondimento tecnico e giuridico delle attività proprie delle professioni sanitarie attraverso una preliminare ricognizione delle funzioni di diagnosi, cura, assistenza, riabilitazione e prevenzione riservate alle professioni sanitarie. Il provvedimento ne affida la competenza al Consiglio Superiore di Sanità.
“Con questa attività ricognitiva – afferma il Ministro Balduzzi – si intende informare correttamente i cittadini su quali siano i professionisti a cui la legge affida la cura della loro salute e, nel contempo, dare garanzie ai professionisti della salute nella certezza che non vi possa essere sovrapposizione di competenze con altri operatori che non abbiano conseguito l’accreditamento formativo e professionale richiesto alle professioni sanitarie dall’attuale normativa, nazionale e dell’Unione Europea”.

Di fatto, per dribblare la normativa, accade che associazioni, che nei convegni e nei corsi illustrano le valenze terapeutiche delle proprie tecniche, non esitino successivamente a “modificarsi geneticamente” parlando genericamente di benessere , pedagogia, integrazione , etc., in una sorta di doppiezza e trasformismo deleteri.
La cosa e’ paradossale se si pensa che tali strutture formative hanno nel contempo contribuito alla presentazione di proposte di legge come da prassi giuridica, per percorrere correttamente ai fini del riconoscimento la strada delle leggi delle professioni sanitarie (cfr. proposta Sbrollini in materia di musicoterapia , etc.), con annessa necessaria laurea abilitante (hanno cioe’ tentato una strada potenzialmente corretta prima di aderire con modalità esclusive alla legge 4)..

In questo contesto si corre il rischio di gettare a mare l’immensa ricerca nei centri di riabilitazione, diurni, centri psico-medico-pedagogici , case-famiglia, comunità terapeutiche, il lavoro sul campo fatto per anni e anni otto ore al giorno, montagne di supervisioni, cartelle di osservazione, valutazione, riunioni d’equipe, collaborazioni interdisciplinari, meglio impostate delle rare attività libero professionali operative dei diplomati e diplomandi.

In merito alla legge 4 del 2013 va ancora una volta sottolineato che essa non si riferisce alle professioni che, come la nostra, si attengono all’area clinica, sanitaria e sociosanitaria.

Riteniamo che vada tutelato il lavoro esistente e passato denso di ricerca sul campo, patrimonio della musicoterapia, e, così, tutelare i pionieri della musicoterapia applicata, rispettando il loro lungo e affannoso cammino nelle istituzioni; i musicoterapisti e le musicoterapiste nelle istituzioni socio-sanitarie già esistono e non nasceranno certo anche dopo il logo dell’ennesima associazione.

Infatti nella storia della ricerca non nascono prima le scuole, i professori, le associazioni; nascono prima i ricercatori pionieri e coraggiosi, finanziati da aziende coraggiose che così, di fatto, contribuiscono alla ricerca, difficile anche in questo settore.

Occorre, inoltre, che una vera regolamentazione rispetti l’esistente e lo tuteli, anzi lo rafforzi, cosicché da esso si sviluppi ancor più la musicoterapia; occorre che i lavoratori precari trovino giustizia ed assunzione nel rispetto dei diritti umani e sindacali; occorre che vengano scritte nelle leggi norme transitorie democratiche e rispettose di questi nostri colleghi, sanatorie giuste nel rispetto e nella tutela dell’utenza.

Occorre che chi parla di nuova professione sappia che non si parte dall’anno zero né dalle auto referenze, ma dal lavoro collettivo di molti.

L’inserimento della figura professionale del musicoterapista all’interno dell’area delle professioni sociosanitarie attivate dalla legge Lorenzin, approvata definitivamente il 22 dicembre 2017, permetterà l’attivazione di bandi pubblici di concorso, per gli assunti l’acquisizione dei diritti civili e penali come le altre figure professionali attraverso i diritti contrattuali e sindacali del contratto del pubblico impiego relativo alla Sanità Pubblica e Privata, il diritto alla retribuzione della malattia, alle ferie, a permessi per particolari esigenze, alla prevenzione e alla sicurezza sui posti di lavoro, alla possibilità di attivare mutui bancari, al TFR, alla pensione per lavoratori dipendenti, oltre al diritto professionale di parità con le altre figure sanitarie, etc. (basta leggere il Contratto Collettivo Nazionale della Sanità Pubblica e Privata per capire).
E’ bene ricordare, altresì, che finora l’unica figura istituita in aderenza a tale area è quella dell’operatore sociosanitario mentre l’attivazione dell’area sociosanitaria porta sia a rivedere le criticità di alcuni profili, come sia il doppio canale formativo universitario dell’educatore professionale in sanità e nel sociale, sia l’incongruo inquadramento nel ruolo tecnico di alcune professioni quali l’assistente sociale ed il sociologo che ne limita e circoscrive le potenzialità operative.
L’attivazione di quest’area offre una legittimazione più adeguata, nell’area dell’integrazione sociosanitaria appunto, a quelle professioni non ancora riconosciute nel SSN, ma ritenute utili ed efficaci per il piano terapeutico, già presenti in presidi sociosanitari pubblici e privati, ad iniziare dal musicoterapista.

E’ bene ricordare che l’attivazione dell’area sociosanitaria porta sia a rivedere le criticità di alcuni profili, come sia il doppio canale formativo universitario dell’educatore professionale in sanità e nel sociale, sia l’inquadramento nel ruolo tecnico di alcune professioni quali l’assistente sociale ed il sociologo , oltre a collocare adeguatamente l’operatore socio sanitario.

In tale contesto il Cum-Sanità, in costante collegamento con le istituzioni, ha il compito di sollecitare la conclusione del percorso legislativo nel rispetto della storia dei musicoterapisti, evitando disattenzioni nella applicazione ed in particolare difendendo chi già e’ formato e già opera con serietà e professionalità nel settore. Il Cum-Sanità ricorda al legislatore che non si tratta solo di individuare un adeguato e moderno corso di formazione, ma di dialogare con la formazione esistente di buon livello; ricorda inoltre che non si comincia dall’anno zero essendo molti musicoterapisti di livello già inseriti nel mondo sociosanitario e di tutto abbiamo bisogno, ma non di togliere lavoro ai nostri colleghi e colleghe che coraggiosamente hanno scelto questa nuova stupenda professione.

S. Fusco – vicepresidente CUM

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Giovanna Berna editor

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